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La Nave dei Folli

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Lunedì 16:00 trending_flat 17:00

Il corpo della biologia moderna, come la molecola del DNA – e anche come l’azienda o il corpo politico moderno – è diventato una semplice aggiunta alla rete d’informazione, ora macchina, ora messaggio, sempre pronti a scambiarsi l’uno con l’altra. (Evelyn Fox Keller, Vita, scienza & cyberscienza, p. 48)

Una volta che ci siamo resi conto dei nostri corpi e dei nostri cervelli postumani, se ci osserviamo per quello che siamo, e cioè delle scimmie e dei cyborg, allora, occorre esplorare la “vis viva”, le potenze creative che ci abitano e abitano tutta la natura e che attualizzano le nostre potenzialità. Questo è l’umanesimo che viene dopo la morte dell’uomo: quello che Foucault definiva «le travail de soi sur soi», l’interminabile progetto costituente di creare e ricreare noi stessi insieme al nostro mondo. (Michael Hardt e Antonio Negri, Impero, pp. 125-126)

 

Divenuto un soggetto degno dei dibattiti filosofici più eruditi, la questione del postumano tende a farci dimenticare le atrocità commesse nella storia recente in nome dell’Uomo nuovo. Anche se sarebbe fuorviante lasciar sottintendere che il discorso sul postumano possa essere un nuovo avatar del nazismo o dello stalinismo e, in senso ancor più ampio, di una qualunque ideologia politica, tuttavia è d’obbligo constatare come esso si radichi in un’utopia tecnoscientifica di cui è ancora difficile scorgerne appieno la portata. Certo, il postumano – proprio come il suo cugino cyborg – è una creatura metaforica, ma la metafora prende oramai corpo nei laboratori dell’ingegneria genetica. Per convincersene basta gettare uno sguardo alle cronache scientifiche che occupano la stampa quotidiana che, dai robot umanizzati agli esseri viventi informatizzati, dalle protesi elettroniche all’umano transgenico, dagli xenotrapianti alla clonazione, pressoché ogni giorno pescano dal lotto di sperimentazioni portate avanti dai Frankenstein della tecnoscienza.

Per nulla confinato nell’immaginario della fantascienza, il postumano bussa alle porte del nostro mondo transfrontaliero dove reale e virtuale si confondono. Come si è arrivati a questo punto? Attraverso la stessa strada che ci ha portato a ridurre la soggettività a un linguaggio, a un codice e a una differenza combinatoria. L’odierna convergenza delle nuove tecnologie informatiche e biotecnologiche corrisponde infatti a una sola e unica rivoluzione paradigmatica, che è in gran parte frutto degli stessi attori che sono passati dalla fisica alla cibernetica e dall’informatica alla genetica. Senza l’erosione delle frontiere tra umano, animale e macchina innescata da Norbert Wiener e soci alla fine degli anni Quaranta, tecniche di manipolazione genetica come la transgenesi non sarebbero state nemmeno concepibili. In effetti il crollo delle barriere tra le specie reso possibile dall’ingegneria genetica s’iscrive nel prolungamento diretto del paradigma cibernetico secondo cui non esiste alcuna differenza ontologica tra vivente e non vivente. In tal senso gli OGM costituirebbero, sul piano tanto materiale quanto simbolico, l’incarnazione della visione cibernetica. Che si possano trasferire dei geni da una specie all’altra come se si trattasse di semplici informazioni che controllano la comparsa di caratteri precisi, non è forse la realizzazione dei principi informatici?

Il progetto cibernetico di creare una “macchina intelligente” non soltanto ha dato il segnale di partenza alla rivoluzione informatica. Il crollo teorico delle frontiere tra vivente e non vivente ha avuto particolare importanza nell’orientare le scienze della vita e ancor più direttamente nella formazione della biologia molecolare. L’obiettivo principale di quest’ultima, infatti, è quello di concepire il vivente a partire dalla sua struttura fisico-chimica, al di là dell’idea stessa di vita.


La società cibernetica globalizzata che procede verso l’inevitabile naufragio

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