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La Nave dei Folli

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Lunedì 16:00 trending_flat 17:00
Episodio 7.15
Nella parte finale del libro, Rogers si domanda quale sarà l’impatto futuro del movimento dei gruppi, in particolare sulle istituzioni e più in generale sull’intero ambiente culturale. Innanzitutto, egli riconosce come questa tendenza allo sviluppo dei gruppi potrà cadere facilmente «nella mani degli speculatori, di quanti si presentano alla ribalta del gruppo soprattutto per ricavarne dei vantaggi personali, economici o psicologici». Possibilità a cui se ne aggiunge un’altra, «egualmente spiacevole», cioè che diventino una faccenda elitaria, “per iniziati”, preclusa all’uomo della strada e quindi da esso condannata. «Eventualità ancora più triste è che l’intera tendenza possa essere repressa da una società che sembra sempre più contraria al cambiamento», in un’epoca in cui secondo Rogers «vi sono maggiori probabilità che il potere cada nelle mani dell’estrema destra anziché dell’estrema sinistra», anche se il destino dei gruppi sarebbe segnato in entrambi i casi, essendo impossibile «immaginare un gruppo d’incontro nella Russia o anche nella Cecoslovacchia dei nostri giorni». (Carl Rogers, I gruppi d’incontro, pp. 154-155)

D’altronde già nelle prime pagine si era soffermato sui “Timori creati da questa tendenza”, segnalando come «l’attacco più virulento» a ogni sorta di esperienza intensiva di gruppo provenisse dai «circoli di destra e reazionari» che vi vedevano «una forma di “lavaggio del cervello” e di “controllo del pensiero”, di una cospirazione comunista come di un complotto nazista.» Nel gennaio 1970 un membro del Congresso fece acquisire agli Atti uno scritto polemico di Ed Dieckman Jr. dal titolo “L’internazionale della sensibilizzazione – Una rete per il controllo del mondo”, in cui tra l’altro attaccava la presidente della National Education Association, Elizabeth Koontz, e la sua volontà di «coinvolgere l’intera comunità in un unico gigantesco laboratorio di gruppi». Tra molti altri articoli, Rogers cita quello di Gary Allen in American Opinion, organo ufficiale della John Birch Society, del gennaio 1968, intitolato “Terapia dell’odio: l’addestramento alla sensibilizzazione per il cambiamento pianificato”, a suo avviso promosso «dalle solite forze della sinistra eversiva». Per Rogers la destra, formata principalmente da personalità autoritarie che «hanno la tendenza a considerare l’uomo fondamentalmente malvagio per natura», va in cerca del nemico per poterlo odiare, sia questo «la strega, il diavolo, il comunista (ricordate Joe McCarthy?) e ora sono l’educazione sessuale, il sensitivity training, l’umanesimo laico e altri demoni in voga». (Ibid., p. 18-19)

Dunque il variegato mondo dei gruppi è giustamente temuto da chi non vuole il cambiamento costruttivo, che perciò può fiorire «solo in un ambiente fondamentalmente democratico» e Rogers, considerandosi di natura ottimista, preferisce concentrarsi sulla possibilità che questa ondata cresca rapidamente e vigorosamente: «Saranno nuovi modi di “drogarsi”, di vivere più vivacemente e pienamente la vita senza ricorrere alla droga». Il lavoro di gruppo, «forza di opposizione alla disumanizzazione della nostra cultura», secondo Rogers più si espanderà e più contribuirà a umanizzare tali tendenze disumanizzanti: un ambiente sempre più impersonale, «formato dalla tecnologia scientifica, dalla tecnologia industriale e dall’affollamento urbano» a cui aggiungere «la concezione comportamentistica dell’uomo come semplice macchina (…) l’immagine depersonalizzata che la persona ha di se stessa come di un oggetto schedato e stimolato meccanicamente, manipolato da macchine e burocrati assolutamente indifferenti». Eppure, preso atto di come già nel 1970 la computerizzazione avanzasse a grandi passi nell’industria, nel governo, nell’istruzione e perfino nella medicina, Rogers non la vede come un male in sé e contribuisce a stimolare un movimento, che arriva fino ai giorni nostri, in cui burocrazia e meccanizzazione saranno umanizzati, controllati dall’uomo e sviluppati a fin di bene, più o meno le stesse pie illusioni che si nutrono riguardo l’IA: «L’individuo non sarà più semplicemente una scheda IBM o una serie di fatti memorizzati nel nastro magnetico di un computer». (Ibid., p. 156-157) Come candidamente ammesso dallo stesso Rogers, «una delle più importanti conseguenze del gruppo d’incontro» è quella di aiutare «l’individuo ad adattarsi al cambiamento», che coinvolge anche «il problema della rapidità d’adattamento dell’organismo umano alla velocità quasi inconcepibile dei cambiamenti prodotti dalla tecnologia». Ma a differenza di Toffler che prevede un “futuro shock” (Toffler, “Future Shock”, Playboy febbraio 1970) in cui la gente crollerà in quanto il ritmo accelerato delle mutazioni tecnologiche la sovrastano, Rogers scommette sulla consapevolezza delle capacità adattive da parte delle persone, a cui il gruppo d’incontro fornisce un enorme aiuto. E lo stesso tipo di cambiamento dovrà coinvolgere tutte le istituzioni, da quelle di governo fino alle famiglie, passando per altri problemi sociali quali «le esplosioni razziali, la violenza studentesca, le insolubili tensioni internazionali e ogni tipo di conflitto», e di nuovo il lavoro di gruppo fornisce «una soluzione parziale in vitro per queste situazioni. Il problema è: la potremo applicare su più vasta scala?» Il gruppo d’incontro potrà così lanciare una sfida alla scienza, uscire dall’aneddotica priva di importanza e «dar vita a una scienza fenomenologica umana», o perlomeno contribuire allo sviluppo di una scienza più adeguata allo studio della persona umana. (Ibid., p. 158-161)


La società cibernetica globalizzata che procede verso l’inevitabile naufragio

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