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La nave dei folli

La Nave dei Folli #4.18

today03/04/2023 29

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Episodio 4.18

Verso la fine degli anni ’70 secondo Gianni Vattimo pareva si stesse abbandonando il pessimismo nei riguardi della società della comunicazione massificata, incarnato dalle «tesi apocalittiche» della Scuola di Francoforte. Si assisteva al contempo a un’erosione dell’umanesimo grazie all’imporsi dello strutturalismo (seguendo il celebre motto di Lévi-Strauss, bisogna studiare gli uomini come si studiano le formiche), il cui successo era dovuto anche alla fine degli imperi coloniali: l’umanesimo infatti era considerato complice se non sinonimo delle posizioni eurocentriche rendendo impraticabili le grandi filosofie ottocentesche quali idealismo, positivismo e marxismo.

Inoltre, l’umanesimo era criticato per la sua visione della Bildung (ossia cultura, formazione dello spirito) fondata sull’auto-trasparenza della coscienza, «sull’ideale di un soggetto capace di emanciparsi in quanto si riappropriava di se stesso e si liberava dei veli ideologici conquistando una visione “oggettiva” del mondo e della storia.» (Gianni Vattimo, La società trasparente, p. 102) Questa visione era messa in discussione dall’antropologia strutturale e dalla nuova psicanalisi, e «il carattere demoniaco dei mass media sembrava smentito dall’effettivo sviluppo delle tecnologie comunicative.» (p. 103) Mentre Adorno pensava a Goebbels e al Grande Fratello, secondo Vattimo il mondo massmediatico si stava configurando più come una Babele, in cui si assiste al passaggio da una tecnologia meccanica a una elettronica e informatica che fa emergere il modello di rete al posto dell’ingranaggio mosso da un unico centro. Vattimo prende come esempi non solo la possibilità dei singoli di creare stazioni radio o produrre contenuti audio-video-testuali nella rete, diventando «soggetti attivi nel “mercato” mediatico» (p. 104), ma anche il fatto che la pubblicità si deve piegare all’audience che, per quanto manipolabile, è un interlocutore non del tutto prevedibile e condizionabile.

Dunque negli anni ’80 c’è un ottimismo mediatico, «l’aspettativa non irragionevole che lo sviluppo della tecnologia elettronica e della cultura che essa rende possibile» possa, oltre che sventare le previsioni fosche, «aprire nuove vie di emancipazione». Ottimismo che si riflette nelle teorizzazioni post-moderne e che coincide con la vasta popolarità raggiunta in quegli anni dall’ermeneutica: questa «non si lascia più dominare dall’ideale della trasparenza, giacché non crede più (…) alla possibilità e necessità di una conoscenza “oggettiva” in vista dell’emancipazione. (…) per essa non si tratta di emanciparsi dalle interpretazioni, ma di emancipare le interpretazioni dal dominio e dalle pretese di una verità “vera”, la quale richiederebbe di affidarsi a scienziati, gerarchie religiose, comitati centrali politici o ad altre categorie di intelligenze “non distorte”, con tutti i rischi che questo comporta per la libertà.» (p. 105)

Come guardare allora a questa Babele comunicativa? Vattimo rispolvera il concetto di “derealizzazione” e si affida all’ermeneutica che non cerca la verità eterna, ma è una «filosofia che cor-risponde alla situazione del mondo della comunicazione generalizzata». Se quando la rappresentazione della realtà era monopolio della Chiesa, dell’Impero e poi nella modernità della scienza sperimentale, «si poteva e si doveva essere “realisti”, oggi la sempre più visibile e vertiginosa pluralità delle agenzie interpretative ha portato con sé una consapevolezza acuta e diffusa (…) del carattere interpretativo della stessa nozione di realtà e verità. Che il mondo sia un “gioco di interpretazioni” e niente di più lo sappiamo più o meno esplicitamente tutti. È questo che qui chiamo derealizzazione.» (p. 108-109)

Sommario 4.18


La nave dei folli

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