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La Brut Époque #23 La Lara
Il pianoforte è uno strumento che mette in soggezione.
Forse dipende dalla sua forma, imponente e insieme elegante, con qualcosa di sinuoso e persino animale.
Dovunque si trovi (sul palco di un grande teatro, in un jazz club, in una scuola di musica o in una sala di registrazione) il pianoforte non lo avvicini mai come avvicineresti un altro strumento.
Quella distesa bianca e nera, così ordinata e misteriosa, appare come un territorio riservato, una frontiera sulla quale non tutti possono mettere le mani.
Il pianoforte sembra uno strumento da domare, ma anche da meritare.
In questa soggezione entrano la storia, la memoria, il peso enorme di un percorso che comincia all’inizio del Settecento e attraversa tre secoli di musica, di sale da concerto, di case borghesi, di conservatori, di compositori che ci hanno costruito sopra interi mondi. Il pianoforte non è soltanto uno strumento: è una macchina, un’orchestra compressa, un oggetto di artigianato e di ingegneria, un luogo dove disciplina e abbandono si incontrano.
E qui sta la sua grandezza: nella capacità di passare dal fortissimo al pianissimo, dal colpo al respiro, dalla massa sonora quasi orchestrale al sussurro. Può essere ritmo, armonia, canto, percussione; può evocare un’intera orchestra chiusa dentro un corpo nero, lucido, silenzioso, che aspetta soltanto di essere risvegliato.
Per questo “Non sparate sul pianista” , il titolo del libro di Paolo Carradorin protagonista della prossima Brut Époque, funziona così bene.
Perché il pianista è sempre una figura un po’ esposta, ma anche appartata, per questa presenza ingombrante dello strumento affrontato: il pianista deve trovare, tutte le volte, un accordo fragile con qualcosa che è molto più grande di lui.
