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La Brut Époque #17 La Lara
Giovedì 26 marzo
Giovanni Lindo Ferretti rappresenta un’Emilia che sentiamo molto nostra: un’Emilia in cui politica, cooperazione, cattolicesimo popolare, memoria della Resistenza e cultura materiale convivono in tensione costante.
I CCCP nascono dentro la Guerra fredda e la sua teatralizzazione; i CSI attraversano il mondo post-1989, i Balcani, la fine delle ideologie solide. Il Ferretti di Reduce, e del dopo-Reduce, entra invece nel paesaggio del disincanto occidentale, della ricerca religiosa, del ritorno ai margini.
Forse è proprio per questo che sento di poter arrivare alla sua biografia solo adesso, e di poterla interiorizzare con maggiore comprensione: dalla militanza simbolica al post-ideologico, dalla grande narrazione collettiva alla ricerca di una forma personale di disciplina e salvezza.
Quello che colpisce, ascoltando la sua scrittura, è la ricchezza della sensibilità. Ferretti è un macrocosmo non perché abbia fatto molte cose, ma perché le sue cose nascono da una densità percettiva rara: il corpo, il paesaggio, la guerra, la liturgia, gli animali, la lingua, il gesto, la memoria.
Anche quando sbaglia tono, anche quando irrita, anche quando eccede, si avverte che non sta giocando a scandalizzare: sta reagendo a qualcosa che vive come reale.
La profondità del suo sentire sta forse proprio qui: nell’impossibilità di separare estetica, etica, biografia e geografia.
In lui tutto diventa una faccenda esistenziale.
Ed è anche per questo che continua a suscitare reazioni forti: fastidio, ammirazione, sconcerto.
Le personalità diluite non producono questo effetto.
